• ALP 274
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Editoriale di Valter Giuliano
Luglio 1961, Monte Bianco, Pilone Centrale del Frêney.
Si scatena per sei giorni e sei notti l’Apocalisse che si abbatte sulla parete e sugli uomini inermi e impotenti che ci stanno aggrappati con la forza della speranza che lascia via via spazio a quella della disperazione.
Due cordate, l’una composta dai francesi Pierre Mazeaud, Robert Guillaume, Antoine Vieille e Pierre Kohlmann, l’altra dagli italiani Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Roberto Gallieni, hanno deciso di unirsi per raggiungere uno degli ultimi obiettivi alpinistici che le Alpi riservano.
Ne usciranno vivi solo Gallieni, Bonatti e Mazeaud. La solidarietà scattata tra questi ultimi due nel momento della tragedia è diventata imperitura, consolidandosi nell’amicizia, come ha ben dimostrato l’incrociarsi e lo stringersi delle loro forti mani all’ultimo Filmfestival di Trento, sotto l’occhio visibilmente soddisfatto e commosso di Reinhold Messner; un altro che di tragedie, di accuse e di solidarietà ben se ne intende.
A cinquant’anni da quei drammatici avvenimenti, la tragedia è da ricordare non solo perché pagina importante nella storia dell’alpinismo, quanto per quella consapevolezza della pericolosità intrinseca della montagna che appare oggi, spesso, troppo spesso, sottovalutata, quando non volutamente esorcizzata come se le cose non pensate non potessero accadere.
È pur vero che la morte ci cammina sempre a fianco e ha infiniti strumenti per colpire; ed è pur vero che qualcuno si rassegna all’inevitabile cammino che sarebbe già scritto nel destino di ognuno, arrendendosi a un fato non governabile.
Tuttavia la notizia dei primi caduti sulle montagne di questa nuova bella stagione ci impone di mettere ancora una volta in guardia coloro che come noi amano le terre alte e vogliono salire sempre più in alto.
Noi che per obiettivo abbiamo quello di incentivare e avviare alle alte quote le persone, perché sappiamo che lì la percezione della vita può assumere nuove inaspettate visioni portatrici di gioia e felicità.
Oggi la facilità di avvicinamento, agevolata dalle infrastrutture di trasporto, rischia di condurre in alta quota persone spesso non preparate e non coscienti dei rischi che una montagna avvicinata con leggerezza e superficialità può comportare.
La preparazione deve essere fisica e tecnica, ma anche mentale: ogni difficoltà imprevista che la montagna può serbare per noi va affrontata con lucidità e padronanza delle proprie conoscenze e dei propri mezzi.
Alla faciloneria abbiamo il dovere di opporre l’invito a frequentare gli ormai numerosi corsi di avviamento e di specializzazione che certamente non escludono i rischi ma pongono nelle condizioni migliori per farvi fronte.
Solo una montagna sicura diventa una montagna amica che ci accoglie con serenità sui suoi sentieri, lungo le ferrate e sulle pareti assicurandoci vacanze da consegnare all’album dei nostri momenti felici.