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foto testata: David Munilla

Il bilancio alpinistico del 2009
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Le migliori imprese, in attesa dei Piolets d'Or

Salite tentate, salite riuscite, delusioni e imprese più o meno grandi: le vicende del 2009 sui colossi asiatici, oggi che il mondo corre, sembrano già confondersi l'una nell'altra e con quelle degli anni passati. A memoria, salvo alcune, fatichiamo a ricordarle: dobbiamo affidarci alla carta e al web per ritrovare le cime, le pareti e gli alpinisti che le hanno salite, imbattendoci talvolta in ascensioni di cui, tra qualche anno, si parlerà ancora e forse più di adesso (nella foto durante l'apertura di "Hook or crook" via nuova dei fratelli Simon e Samuel Anthamatten e Michi Lerjen al Jasemba, 7350 m).

Come, ad esempio, il capolavoro di Denis Urubko (qui sotto mentre calza le scarpette da roccia... su un Ottomila!) e Boris Dedeshko sulla parete sud-est del Cho Oyu (8201 m): quella via da paura (2600 m, VI+, A3, M4 e 90°) che, aperta in stile alpino dal 7 all'11 maggio, ha fatto chiudere a Denis, nel modo più complicato possibile, la serie dei 14 Ottomila. Ma il kazako d'acciaio è fatto così, ama le cose difficili. Altrimenti come spiegare la sua voglia di tornare (e vincere) sul Makalu (8463 m) in inverno? Ci è riuscito tra il 7 e il 9 febbraio con un altro patito del freddo, che però non arriva dal profondo Est ma dal cuore della Lombardia: Simone Moro da Bergamo.

Restiamo sul Makalu: il suo pilastro sud-ovest, violato dai francesi nel 1971, quest'anno ha cacciato in malo modo prima il terzetto spagnolo Iñurrategi-Vallejo-Zabalza e poi, suscitando in lui non poche riflessioni, il solitario svizzero Ueli Steck. Morale: le difficili vie storiche degli Ottomila, affrontate in stile alpino, sono ancora uno dei regni dell'incertezza, che in questo senso hanno poco (o nulla) da invidiare a molte vie nuove. Tra queste non dobbiamo dimenticarci di quella nel settore sinistro del versante Diamir del Nanga Parbat (8125 m), completata in bello stile tra l'8 e l'11 luglio dal canadese Louis Rousseau e dagli austriaci Gerfried Göschl, Hans Goger e Sepp Bachmair, e poi di quella sulla parete sud-ovest dell'Everest (8848 m) ad opera dei coreani guidati da Park Young-Seok (arrivato in cima il 20 maggio). 

Ma torniamo al freddo (e ai duri dell'Est): se si è parlato abbastanza del tentativo invernale del polacco Artur Hajzer e compagni sul Broad Peak (8047 m), in pochi si sono accorti che, tra il 3 e l'8 gennaio, nonostante le pessime condizioni meteorologiche, i russi Viktor Koval, Sasha Gukov, Sergey Kondrashkin e Alik Izotov hanno messo in bacheca la difficile cresta nord del Mizhirgi Est (4927 m, Caucaso). E, per ora, non molti hanno parlato di altri russi: di quelli che, nelle prossime settimane, saranno a tu per tu con il K2 (8611 m) per salirlo al freddo e (a quanto di dice) per una via nuova. Tra di loro non mancherà il veterano Gleb Sokolov che tra il 20 e il 27 agosto, con Vitaly Gorelik, ha risolto un vione di 2500 metri sulla Nord del Pobeda (7439 m, Tien Shan).
Per continuare coi russi ecco una domanda: come è possibile resistere per 18 giorni (dal 5 al 22 ottobre, con il maltempo) sulla parete nord-ovest del Siguniang (6250 m, Sichuan, Cina), come hanno fatto (aprendo una difficile variante alla via di Mick Fowler e Paul Ramsden e arrivando in cima) Valery Shamalo, Vladimir Molodozhen, Denis Sushko e Andrey Muryshev? La risposta ci sfugge proprio. Comunque anche lo slovacco Dodo Kopold, in quanto a pelo sullo stomaco, regge bene il confronto coi personaggi appena menzionati. Perché non è da tutti, come ha fatto lui in aprile, attaccare in solitaria la parete sud-est dell'Annapurna Sud (7219 m) e arrivare in cima senza bivacco, per una via nuova di 2300 metri, superando difficoltà di M5.
Dai campioni dell'Est a quelli dell'Ovest (restando in Himalaya): gli americani Joe Puryear e David Gottlieb, tra il 21 e il 22 aprile, hanno firmato addirittura una prima assoluta, salendo il Jobo Rinjang (6778 m) per i 1700 metri della parete sud. Un'altra prima assoluta - quella del Peak 6134 (Sichuan, Cina) - l'hanno realizzata anche i russi (tanto per cambiare...) Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov, aprendo dal 9 al 13 maggio una via di 1300 metri, di alto livello tecnico (VII+ e A2+), sul roccioso pilastro sud della montagna. E in ossequio al detto "non c'è due senza tre" ricordiamo che anche il Karim Sar (6180 m, Karakorum) da quest'anno non è più inviolato: in cima, il 21 giugno, dopo una scalata di 2000 metri lungo la parete sud, è arrivata (da sola) la fortissima neozelandese Patricia Deavoll.

Niente da fare, invece, sulla pluritentata cresta nord del Latok I (7145 m, siamo sempre in Karakorum), dove sia gli americani Colin Haley, Josh Wharton e Dylan Johnson sia gli spagnoli Álvaro Novellón e Óscar Pérez non sono riusciti a superare quota 5800 metri. Cacciati dal Latok I, Novellón e Pérez hanno deciso di cimentarsi sul vicino Latok II (7108 m), raggiungendone la vetta il 6 agosto per la cresta nord-ovest (quinta ascensione della montagna). Lo stesso giorno, durante la discesa, è però cominciata la tragedia: in seguito ad una caduta Pérez si è fratturato una gamba ed una mano e Novellón, vista l'impossibilità di muoversi con il compagno, è sceso al campo base per chiamare aiuto. È così scattata un'operazione di soccorso che, nonostante la partecipazione di fuoriclasse come Jordi Corominas e Simón Elías (giunti direttamente dalla Spagna), non è riuscita a recuperare lo sfortunato alpinista.

A poca distanza dal Latok II (sempre nel bacino del Choktoi Glacier), per la precisione sul Baintha Brakk (più noto come Ogre, 7285 m), i francesi Aymeric Clouet, Julien Dusserre e Jérôme Para sono arrivati a 6800 metri sul pilastro sud-est. I tre amici, però, non sono tornati a casa a mani vuote, visto che durante l'acclimatamento erano riusciti a salire il Baz Brakk (5500 m, prima assoluta) per una via su roccia di 400 metri e una seconda cima (circa 6300 m, ancora una prima assoluta) per una difficile linea di 1000 metri (La ronde infinie des obstinés) risolta in 4 giorni.

Restando in Karakorum ma passando dalla zona del Biafo Glacier a quella dell'Hispar Glacier è da segnalare la spedizione dei canadesi Raphael Slawinski, Eamonn Walsh e Ian Welsted che tra giugno e luglio, respinti dal Pumari Chhish Est (6890 m), hanno firmato le prime ascensioni assolute del Rasool Sar (5900 m) e del Khani Basa Sar (6441 m) e una difficile via nuova sul Lunda Sar (6300 m), raccomandando poi vivamente quell'area in quanto ricchissima di pareti e di cime inviolate. Nonostante le visite degli ultimi anni, offre ancora diverse possibilità anche la Charakusa Valley, con i suoi fantastici obelischi rocciosi. Laggiù, sul pilastro ovest del K7 (6934 m), si sono mossi i trentini Elio Orlandi, Rolando Larcher (nella foto), Fabio Leoni e Michele Cagol che, all'inizio di agosto, hanno tracciato The Children of Hushe: una linea di 1500 metri con difficoltà di 7b e A2.

Dall'estate all'autunno, tornando in Himalaya e precisamente nella regione indiana del Garhwal: è lì che gli sloveni Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic, approfittando alla grande del bel tempo che ha caratterizzato la seconda metà di settembre, hanno firmato in bello stile la prima assoluta del Bhagirathi IV (6193 m, per il canale ovest e la cresta nord), al centro nella foto, una via nuova (1300 m, 6b, M5 e WI5) sulla parete sud-ovest del Bhagirathi III (6454 m), a destra, e la prima salita della parete sud-sud-ovest (1300 m, 6b+, M8 e WI6+) del Bhagirathi II (6512 m), a sinistra.

Un bel colpaccio autunnale, tra l'11 e il 15 ottobre, è poi riuscito ai francesi Christian Trommsdorff e Yannick Graziani, autori della prima salita dell'impegnativo pilastro sud (2300 m, ED+) del Nemjung (7139 m): cima himalayana sul confine nepalese-tibetano. Sullo stesso confine si trova anche il Pasang Lhamu Chuli (o Jasemba, 7350 m) dove pochi giorni dopo, dal 27 al 29 ottobre, gli svizzeri Simon Anthamatten, Samuel Anthamatten e Michael Lerjen (nella foto qui a fianco) hanno rischiato parecchio, cogliendo un notevole successo, nel cuore della parete sud-est (la loro via si chiama Hook or Crook: 1500 m, 90° e M5). Da incorniciare anche il successo di Nick Bullock e Andy Houseman, che tra il 29 ottobre e il 1° novembre hanno salito i proibitivi 1800 metri dell'ambita parete nord del Chang Himal (6812 m, Himalaya) e la realizzazione dell'ultim'ora, che ci riporta sul già menzionato Siguniang. Su quella splendida montagna, infatti, tra il 24 e il 25 novembre, i cinesi Zhou Peng e Yan Dongdong hanno realizzato il loro sogno, aprendo The Free Spirits (1100 m, VI, M4 e AI3) nel mezzo della parete sud.
Carlo Caccia

Grandi temi | Pubblicato il 02/12/2009 alle 00:00:00 | commenti(0) | scrivi un commento
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